“Burlesque Terapia”: Sophie Sapphire #1

Continuano le testimonianze delle donne che hanno incontrato e scoperto il burlesque nella loro vita come terapia. Oggi ci racconta della sua esperienza Sophie Sapphire.

Una cascata di Swarovski illumina un abito di scena. La luce ad “occhio di bue” ci cade con dolcezza sopra. È calda e dorata. Sembra un sogno. Lo e’. Il sogno ad occhi aperti di chiunque si trovi lì a guardare. Chi è quella donna? Di lei chiunque è in sala conosce il suo nome d’arte. Succede come agli attori al cinema o in TV che interpretano un ruolo e chiunque li incontri in strada li chiama con quel nome, sebbene non abbiano in comune con quel personaggio che degli accenni di personalità ed una identica fisicità: loro sono quel nome. Se qualcuno in strada gridasse a Sara Jessica Parker “ehi Carrie” lei si girerebbe, ne sono certa, sapendo di essere lei. Quando si entra in un personaggio si respira con il suo naso, si guarda con i suoi occhi, si pensa con la sua testa si acquisiscono le stesse caratteristiche comportamentali. Se gli attori diventano i personaggi che interpretano, le performers nel burlesque trasformano se stesse interpretando il loro nome d’arte. Il nome d’arte viene scelto in base a quello che risiede sotto strati e strati di vita vissuta. Si sceglie a volte con un motivo, ed a volte senza, semplicemente perché quel nome regala l’allure a cui ci sente vicino, ogni nome ha un fisique dû role più o meno conosciuto a sé stesse. Per questo io credo al fatto che la ricerca è una cosa fatta di “pancia”. Ogni volta che si andrà in scena sarai quel nome perché lo hai scelto tu, non come quello di battesimo, il nome d’arte te lo sei cucito addosso, ti calza a pennello come nessun abito potrà starti mai. Però entrare ed uscire da un nome e l’altro richiede una caratteristica che non tutti hanno e cioè che in qualche modo si riconosce a sé stessi la propria polivalenza di artista ma anche la consapevolezza di essere un po’ bipolare. Chi nella vita è timida molto schiva, sul palco diventa aggressiva, spigliata, e senza nessun tipo di vergogna. Sono caratteristiche che quotidianamente non appartengono proprio a quella persona. Se la incontri in strada non riusciresti a credere che è proprio lei quella meravigliosa creatura che si muoveva sul palco in maniera sinuosa, piena di luce e magia. Sul palco esce il vero io di ognuna. Molto spesso non è solo appartenente a due personaggi ma a molti. Perché in noi stesse risiedono tante donne, e la fortuna di una performer è poter dare sfogo a tutto quello che “sente” dentro senza dover spiegare. Nel burlesque la bipolarità nel senso buono del termine è gradita e non va curata ma incoraggiata, o meglio, la vera cura sta nell’esprimersi e nel non reprimersi. Tutte abbiamo una parte di noi che nascondiamo al mondo e che non vorremo mai rivelare. Tutte abbiamo pensieri di cui ci vergogniamo perché il mondo ci impone stereotipi fissi. Invece nel burlesque tutto diventa tutto e tutto viene concesso, gli eccessi diventano normalità e più si concede in termini di espressione e più si viene apprezzati. Benvenuti nel burlesque dove essere isteriche, ed un secondo dopo rilassate e felici, viene apprezzato con uno scroscio di applausi ed e’ la cura che ognuna di noi concede a sé stessa meglio di un Xanax. Io bipolare? No, sono una performer.

“Burlesque Terapia” a cura di Cristiana De Giglio

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